El Bombasin

febbraio 25, 2017
  • EL BOMBASIN

    Vi aspettiamo SABATO 25 FEBBRAIO 2017 dalle ore 17:00 alle 18:00 in libreria Ricarello.

    Con il Prof. Paolo Rigoni e il Sig. Adriano Salvagnin faremo conoscere ai bambini la maschera tradizionale del Bombasin!

    Si tratta di una tipica e antichissima maschera veneta che generalmente raffigurava animali come l’asino, il toro, il drago, il cavallo, l’orso, la capra e che veniva costruita da contadini per farla esibire per le corti dopo il Natale fino all’Epifania e sfilare con i carri durante il periodo del Carnevale.

    Per tutti i bambini ci sarà in Ricarello una rappresentazione suggestiva con la maschera del Bombasin, per capire cos’era, come si costruiva e come si muoveva. Con i bambini ed i genitori, accompagnati dal “boaro”, faremo poi una piccola sfilata per il corso ed insieme al Bombasin canteremo tipiche canzoni popolari! Verrà infine offerto un piccolo rinfresco a tutti i partecipanti.

    Vi aspettiamo per rivivere insieme un esempio di antica tradizione locale, non mancate!

    L’evento è gratuito ma consigliamo la prenotazione chiamando al numero 0426 40918 oppure scrivendo a info@ricarelloit.

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    Grazie alla preziosa collaborazione del Prof. Paolo Rigoni, pubblichiamo a seguire un testo che riassume l’affascinante storia del Bombasin:

    ” Tra le questue del periodo solstiziale la più interessante e probabilmente la più arcaica è quella del Bombasìn. L’antica matrice agraria di questa maschera zoomorfa viene costruita dai contadini del basso Veneto fin dai tempi remoti in occasione dell’Epifania e nei primi giorni di Carnevale, che andavano a questuare di casa in casa generi alimentari da consumare poi tutti insieme con le modalità consuete dell’accumulo di salami, farina, vino, per la rituale mangiata comunitaria.
    La maschera del Bombasìn poteva rappresentare vari tipi di animali, l’asino, il toro, il drago, il cavallo, l’orso, la capra ed era costruita da una mandibola di maiale o di bue, oppure da semplice apparato di legno che la simulava. Sulla sommità si fissavano i corni e, con della pelle di coniglio, si modellava il muso a cui veniva attaccato un mantello, fatto forse di bombasina, stoffa di cotone (bombaso in dialetto), da cui verosimilmente deriva il nome della maschera stessa.
    Il corteo che accompagnava il Bombasìn poteva essere costituito da un solo personaggio, lo “zingaro” suonatore di violino o di cembalo, il “bovaio” che lo guidava con il pungolo oppure poteva essere una sorta di corteo carnevalesco di cui facevano parte però anche le vecchie befane, coincidendo spesso il giorno dell’Epifania con l’inizio del Carnevale. La descrizione del Bombasìn in versione di orso, osservata nelle campagne del rodigino, é documentata nel 1891 dal folclorista polesano Pio Mazzucchi, e ribadita ancora da un altro testimone Benedetto Morinelli ai primi del ‘900.
    La ripresa più recente di questa maschera, in versione di toro, è ancora viva in alcune zone del Delta, in particolare a Tornova di Loreo e San Pietro di Cavarzere, Cavarzere, Fasana e Botti Barbarighe, dove si rinnova la tradizione di una movimentata pantomima tra il toro Bombasìn con il bovaio che l’accompagna.
    Dal punto di vista etnografico la questua del Bombasìn, orso o toro che sia, presenta profondi legami con numerose forme cerimoniali analoghe in tutta Europa. Tali azioni rituali riguardano il travestimento animale, l’uso dei campanelli o dei campanacci, i nastri multicolori con prevalenza del rosso, la danza rituale con saltelli e spostamenti circolari avanti e indietro (toccando le donne e fingendo di scornare gli astanti) e con la ricompensa alimentare richiesta con la questua.
    L’offerta consisteva nei prodotti della macellazione del maiale che avviene ai primi giorni di dicembre e che comprende quei salami, quelle pancette, quel grasso e quelle bracioline che sono nominati quasi ossessivamente nelle canzoni di questua.

    Nelle culture europee, la comparsa primaverile dell’orso era legata all’idea di propiziare la fertilità della terra, di risvegliarne la forza generativa in modo tale che il ciclo vitale non si interrompesse e l’orso più degli altri esseri era investito di tale significati magici in quanto ritornando dal letargo meglio di tutti rappresentava il ciclo della natura che dal torpore invernale incominciava nuovamente a produrre. Gli animali inoltre erano la personificazione di esseri inferi che dall’oltretomba ove dimoravano ritornavano periodicamente sulla terra, generosi se placati con il cibo così come erano pronti a vendicarsi sugli uomini ed in particolare modo sui raccolti.

    Nel folclore polesano, una figura zoomorfa, riconducibile a tali significati, ormai quasi del tutto scomparsa era il “Bombasin”, che assumeva di volta in volta l’aspetto di asino, toro, maiale, cavallo e pure di orso. Così viene descritto in nel 1891 dal foklorista polesano Pio Mazzucchi:

    Il portatore, traendo a sé ripetutamente una cordicella nascosta e che scende dall’alto, fa battere a suo talento, in atto minaccioso, la mandibola del feroce plantigrado: in pari tempo i cavicchi, sospinti o abbandonati, si alzano o si abbassano, i cenci rossi svolazzano, i campanelli risuonano, e il quadrupede tutto quanto, o meglio il bipede che lo rappresenta, ballonzola grottescamente, si curva, fingendo di mordere, e si rileva, si volta a destra e a sinistra, accompagnato ne’ suoi lazzi ridicoli e ne’ suoi gesti minacciosi, dai colpi strampalati della musica barbara e incomprensibile d’un suonatore di cembalo, che finge di guidarlo con pazienza, e che lo frena con mal simulata energia, traendo a strappi una corda che gli cinge i fianchi. Quando percorre i piccoli centri abitati, l’Orso è sempre attorniato da una torma di ragazzi in festa, che si divertono immensamente alla vista di quello strano animale, di quel battere feroce di mandibole che par vogliano inghiottire delle persone intere, e che non fan male a nessuno. Solo le madri minacciano di far mangiare da lui i figliolini cattivi, ma i più grandicelli, i più svegli battono allegri le mani, e gridano, e ridono sgangherati, volteggiandogli attorno per meglio ammirarlo in ogni parte, ove rinnova le sue gesta grottesche, attendendo dalla massaia la ricompensa delle proprie fatiche. (PIO MAZZUCCHI, Due macchiette carnevalesche, estratto, Palermo 1891)

    Il corteo del Bombasin, che faceva la sua comparsa nel periodo dell’Epifania e poteva prolungare la sua permanenza sino a Carnevale, presenta profondi legami con numerose forme cerimoniali analoghe in tutta Europa. Azioni rituali che riguardano il travestimento animale, l’uso dei campanelli o dei campanacci, i nastri multicolori con prevalenza del rosso, la danza rituale con saltelli e spostamenti circolari, gli assalti alle donne, le cornate agli astanti al solo scopo di impaurire di scornare gli astanti, la ricompensa alimentare.

    Anche un altro polesano, Benedetto Morinelli, ai primi del ‘900, dà notizia di uno zingaro che trascinava per i paesi del Delta del Po un orso spelacchiato che faceva danzare legato ad una catenella: ,

    Non so da dove arrivasse, ma ogni anno capitava a Taglio di Po uno zingaro, vestito alla russa con stivali e colbacco di pelo anche d’estate, che si trascinava legato ad una catenella un vecchio orso spelacchiato. L’animale doveva dare spettacolo: al battere del tamburello del padrone, si rizzava e ballonzolava, grugnendo e facendo larghi movimenti con le zampe, per spaventare gli spettatori. I ragazzi davano il segnale di quell’arrivo, e le donnette, anche se scalze e scarmigliate, uscivano in strada per ridere dei gesti di quel goffo animalone. “Dèi dèi, orso della Russia, dèi…” era la cantilena monotona dello zingaro, ripetuta in coro dai monelli. Ogni tanto l’uomo dava uno strattone alla bestia che apriva la bocca e faceva l’atto di lanciarsi contro i più impertinenti, i quali – spaventati – si scansavano alla svelta. Poi l’orso- sempre dimenando la testa- ripeteva le buffe movenze fra le risate dei presenti, afferrando a volo i torsoli di mela che gli venivano lanciati. Per quel dono di allegria lo zingaro non aveva pretese; accettava come compenso un soldino, due centesimi, una mela, una rapa…: era un mondo povero e semplice quello, per chi dava e per chi riceveva”.

    BENEDETTO MORINELLI, Usanze nel Delta Padano alla fine dell’800, in proprio, 1972, p.93.

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